Perché in molti odiano i team building e come ribaltare la situazione
Parlando con i dipendenti, non è infrequente ascoltare veri e propri sfoghi collettivi sul team building e diversi approfondimenti confermano che, quando questo tipo di iniziativa è mal organizzata, può diventare una vera e propria spina nel fianco, per i dipendenti.
Secondo lo studio Team Effectiveness & Frustrations di Leadership IQ, ad esempio, quasi la metà dei lavoratori intervistati afferma che le attività tradizionali di “divertimento imposto” generano disagio o una sensazione di artificiosità. Il problema in realtà non è il team building in sé, che continua a migliorare umore e prestazioni di un gruppo di lavoro se ben organizzato, ma il modo in cui molte aziende lo pianificano, specie se non si avvalgono di professionisti del settore.

Le attività mal progettate risultano genuinamente noiose
Questo dato elementare influenza in modo diretto le esperienze negative dei dipendenti. Se manca l'apporto di un professionista, infatti, molti esercizi di team building aziendale risultano fiacchi e noiosi e difficilmente i dipendenti sono felici di sprecare in questo modo il loro tempo, risorsa preziosa sia sul lavoro che nella vita privata.
Il problema si aggrava quando le attività non presentano obiettivi chiari. In assenza di obiettivi definiti in modo chiaro misurabile, non è possibile misurare il successo dell’attività e il team building rischia di diventare un’iniziativa vuota, faticosa, di cui a fatica si intuisce l’importanza.

Il divario di professionalità di cui raramente si discute
A volte, a proporsi come organizzatori di team building, sono figure magari animate da buone intenzioni, ma prive di adeguata preparazione. Ne derivano attività costruite senza una comprensione effettiva delle dinamiche di gruppo o delle differenze individuali, basate spesso su modelli generici che tendono a privilegiare gli estroversi, lasciando gli introversi in una posizione marginale e creando un'atmosfera che rischia di risultare sgradevole per tutti.
Diverse ricerche mostrano invece come i dipendenti introversi occupino frequentemente ruoli essenziali—basti pensare ai cosiddetti Achievers, orientati alla precisione esecutiva, e agli Stabilizers, incaricati della gestione dei sistemi—e tuttavia il team building tradizionale tende a escluderli. E questo è un errore strategico notevole perché i diversi contributi forniti all'interno di un gruppo di lavoro vanno tutti valorizzati e stimolati, senza privilegiare un approccio rispetto all'altro e senza imporre un unico modello di comportamento.
La partecipazione forzata genera risentimento, non coesione
Un altro problema è che la natura “obbligatoria" degli eventi trasforma ciò che potrebbe essere piacevole in un vincolo, modificando radicalmente l’esperienza e facendola risultare forzata, specie se non si tiene conto delle caratteristiche dei membri del team e delle loro preferenze.
Questo capita spesso quando si sceglie il format sulla base del gusto dell'organizzatore, senza considerare le inclinazioni o i limiti dei potenziali partecipanti. E questo rappresenta un allimento per l’intera squadra. Immagina, ad esempio, una gara di kart proposta a un team in cui alcune persone non guidano o non si sentono a proprio agio con attività competitive, oppure una serata karaoke che mette in difficoltà chi vive con grande disagio l'esposizione pubblica. Anche un torneo sportivo può entusiasmare una parte del gruppo e lasciare completamente ai margini chi odia lo sport. In tutti questi casi, un'attività pensata per creare coesione rischia di ottenere l'effetto opposto. Non ci sono attività giuste o attività sbagliate, ma solo attività personalizzate: per un gruppo potrà funzionare un'attività teatrale, per un altro una gara sportiva, per un altro ancora una cena con delitto.

La soluzione risiede nella progettazione intenzionale
Eppure liquidare il team building in sé significherebbe fraintendere il punto essenziale, perché esperienze ben concepite non solo funzionano realmente, ma migliorano a tal punto la coesione interna da produrre risultati positivi concretamente misurabili, sul lavoro e nella produzione. La questione riguarda piuttosto il grado di attenzione con cui le attività vengono progettate in relazione alla composizione effettiva del gruppo, ai bisogni individuali e agli obiettivi organizzativi.
Un team building efficace richiede facilitatori professionali capaci di comprendere la diversità delle personalità dei singoli partecipanti e gli equilibri della squadra come entità collettiva, di pianificare attività coerenti con le finalità aziendali e di attuare sempre un approccio inclusivo, oltre che coinvolgente. In assenza di questi elementi, le aziende finiscono per generare ciò che dichiarano di voler evitare: attività alienanti e sostanzialmente inutili, che fanno rimpiangere l’orario d’ufficio!
